Castigo di Emanuele Bissattini

Castigo di Emanuele Bissattini

Castigo è un romanzo del filone noir. Ho sentito parlare per la prima volta del “noir mediterraneo” all’inizio di questo millennio: fu a scuola, quando ancora facevo l’insegnante e una mia amica, docente di lettere, aveva organizzato un corso su questo tema. Quando votai a favore, nel collegio dei docenti, sinceramente pensavo si trattasse di qualcosa inerente l’immigrazione o i movimenti delle popolazioni africane all’interno del nostro mare; poi lei mi fece la rivelazione ed io rimasi ben zitto sull’equivoco, come se fossi perfettamente informato. Così mi incuriosii e conobbi Claude Izzo e i suoi romanzi di violenza ambientati a Marsiglia; e poi altri romanzi francesi di autori che si erano già espressi in tali direzioni, come ad esempio 37°2 le matin di Philippe Dijan, molto bello e ancora non così esasperato. Conobbi Massimo Carlotto che mi rivelò di essere stato lui (insieme a Lucarelli forse) ad inventare la definizione o marchio Noir Mediterraneo.

I racconti noir, semplifico il mio pensiero, sono polizieschi raccontati dal versante criminale: gli eroi non sono i poliziotti ma, piuttosto, i delinquenti o quelle persone che vivono ai margini, o nei sotterranei, in un mondo fatto di chiaroscuri: più scuri che chiari. Ho faticato molto a digerire la retorica di cui sono intrisi tali romanzi, fatta della violenza a tutti i costi, perché mi sembrava insensata e delirante: difatti i protagonisti dei vari romanzi sono sempre in preda al delirio, quasi febbricitanti, in una rincorsa senza tregua e senza amore del desiderio percepito come mancanza… Perché l’amore – cercato e evitato – è troppo al disopra del sentire transitorio: è un valore assoluto che non ammette deroghe e si sà che l’essere umano ha bisogno di deroghe, illuminato da fari risplendenti o nascosto nelle tenebre…

Quel delirio non ammette le ipocrisie piccolo borghesi ed è infarcito di un eroismo indecifrabile, ma putrido. Comunque. nonostante le fatiche ideologiche non riuscivo a non ammirare gli scritti densi e martellanti di Claude Izzo o il malessere frivolo degli eroi di Carlotto… e molto di più non so dire.

Per vari ed ineluttabili motivi mi sono imbattuto nei noir di Emanuele Bissattini, scritti veramente molto bene, a partire dal primo Glock 17 e poi tutta la serie successiva. Essi sono intrisi di una violenza quasi insopportabile, quella della periferia romana, per intenderci tipo La notte brava, lo  straordinario racconto di Pier Paolo Pasolini incluso nella raccolta Alì dagli occhi azzurri; però ancora più inevitabile e immersa nel delirio.

Ecco, di fronte al racconto e al film di Pasolini, si sono condensati i miei ricordi storico-mitologici a partire dalla pirateria praticata nel Mediterraneo da sempre – da quando gli esseri umani hanno imparato a navigare – e mai superata o soppressa: questi ragionamenti mi hanno rappacificato con la letteratura noir che altro non fa se non raccontare la nostra storia – la stessa storia – vista dalla parte degli altri, quelli che non entrano nei libri perché non possono essere celebrati come eroi. Gli omicidi sono simili e le violenze altrettanto efferate se non di più ancora: d’altronde chi sceglie gli eroi? I Greci colonizzavano le sponde del Mediterraneo uccidendo e scacciando le poplazioni indigene: le loro gesta venivano celebrate in quanto di vincitori, ma odiate in quanto azioni di pirati ed assassini nel ricpordi dei vinti. Chi scrive le leggi? Millenni di filosofia e centinaia d’anni di psicoanalisi sono occorsi per convincere i popoli di qualcosa che, tutto sommato, ha una sua logica; ma chi si trova dalla parte sbagliata della lotta per il potere percepisce la propria vicenda esistenziale sospesa tra vita e morte, tra violenza esercitata e violenza subita. Qualcuno sceglierebbe spontaneamente il ruolo di vittima?

Uscendo dalle sabbie mobili delle teorie filosofico-psicologiche e rimanendo fedeli alle lettere, confesso di essermi imbattuto in un nuovo romanzo di Emanuele Bissattini,Castigo, uscito dopo un periodo di silenzio letterario. Racconta la storia di un uomo senza amore e alla ricerca faticosa dell’amore che non sa riconoscere, perché l’amore è spesso intriso di egoismo e narcisismo.

Giorgio è il nome del protagonista; ha un passato di pugile di un certo livello e di persona incapace di amare. Egli concepisce il sentimento nei confronti della donna come un bisogno quasi unilaterale che rende necessaria una sopraffazione; e il sentimento nei confronti degli uomini solo come sopraffazione e disprezzo, senza neanche il desiderio. In questa teoria dell’amore come malattia, Giorgio si trova sposato con Anna e padre di Matteo con il quale non riesce a parlare; ha una madre Elide, che si è occupata di lui e lo ha coccolato troppo, e un padre Sante che ha solamente invidiato e poi disprezzato quel figlio debole. Naturalmente c’è un figlio forte, Nicola, che si è realizzato perché ha compreso il senso della vita: i soldi. Nicola, primogenito, vuole togliere a Giorgio tutto ciò che ritiene abbia un valore – cioè la donna e la dignità – ed approfitta della fragilità del fratello, chiuso in un silenzio ostinato e in un dialogo sviluppato interiormente soltanto.

Eppure qualcuno si innamora di lui: non Anna, giovinetta infatuata e poi violentata e sposata; non la madre Elide per la quale i figli costituiscono un esercizio di potere; non il padre invidioso e tantomeno il fratello… piuttosto Vanni, l’amico d’infanzia; Maurizio, il suo maestro di pugilato e Valentina, transessuale incontrata in carcere, alla quale ha imposto il Castigo.

Giorgio, che è un perdente, una volta ha vinto veramente: l’incontro per il titolo di campione d’Europa di pugilato. Ha vinto, sapendo di aver anche perso, con un pugile polacco più bravo di lui; ha vinto perché è svenuto in piedi mentre l’altro andava al tappeto. Era accaduto venti anni prima dell’attualità del racconto e produsse le conseguenze confuse di una notte brava, inclinando nel verso del male la sua vita: perse definitivamente il rapporto con il padre che (forse) aveva scommesso contro di lui; violentò Anna; investì e uccise un vecchio in un incidente stradale nel quale ha frantumò la gamba e la carriera pugilistica.

Nel corso degli anni Giorgio ha trovato lavoro come Agente della Polizia Penitenziaria ed è diventanto succube di due colleghi, Piero e Ivan, che lo inducono ad un lavoro sporco – somministrare il Castigo ai detenuti – per puro esercizio di potere. Naturalmente si tratta di violenza. Il racconto della vita di Giorgio intreccia passato e presente, delirio e lucidità; ascolta la voce dei pensieri propri e quelli di Anna, di Nicola, di Maurizio e infine di Valentina la persona più fragile che incrocia nel proprio cammino. Il castigo su Valentina è la violenza sessuale, simile a quella impartita venti anni prima ad Anna. Valentina, per vanità e desiderio, si innanora di lui e il castigo si trasforma in una relazione vietata, tanto segreta quanto palese. In un impeto di gelosia, Valentina ferisce gravemente un’altra trans, reclusa a Rebibbia come lei, e viene segregata nella cella di isolamento, la cella liscia. Piero e Ivan stuzzicano Giorgio, lo deridono, lo insultano come “frocio” e lo istigano a dare a Valentina il castigo che merita per emendarsi dalla relazione sessuale. I pugni di Giorgio sono troppo violenti in quanto debbono contenere la rabbia, la vergogna e l’amore: Valentina muore per le percosse.

Da questo punto inzia l’epilogo e la vicenda si avvia verso una conclusione pregevole ed elegante, ancora più coinvolgente in quanto inaspettata.

Il romanzo è bello anche linguisticamente: il gergo di borgata, di violenza, di delirio si mescola all’uso e alla padronanza della lingua italiana. Notevole pregio è rappresentato dagli elementi introspettivi: il senso di fragilità; la percezione di un pensiero maschile e di un pensiero femminile piuttosto aderenti al reale; il valore sano e saldo dell’amicizia che propone come fatto centrale l’amicizia stessa e trova in se stessa il proprio vantaggio, come nei miti antichi… che poi sarebbe sempre e comunque amore, perciò dono.

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