I Racconti della palestra
6.
Una mattina, dopo gli allenamenti, mi ha chiesto il consenso per raccontarmi un sogno, sogno drammatico aggiunse.
Tu sei psicologo ma mica ti chiedo l’interpretazione… forse pure, però è importante che mi ascolti. Ho bisogno di raccontarlo non mi si toglie dalla testa. Era sera, pioveva; la strada era buia e camminavo; la strada della palestra. C’era una scalinata…
Di fianco alla palestra c’è la scala che porta all’istituto delle suore: si poteva salire fino ad un certo punto; ci andavano le coppiette per baciarsi fingendo di parlare perché, si sa, gli innamorati sono sempre un po’ esibizionisti quando si nascondono. Adesso hanno spostato il cancello quasi a livello del marciapiedi.
…Di fronte alla scalinata, giusto davanti ai gradini, vedevo una statua in bronzo a grandezza naturale: era la statua di Domenico. Domenico è stato il mio amico di sempre, quello che mi ha cambiato la vita… c’è stato sempre, per me, uno che si chiamava Domenico. La posizione era strana: adagiata sulla schiena, braccia e gambe tendevano verso l’alto. Mi rendo conto che è la posizione del bambinello nel presepe.
Mancavano due giorni al Natale, nella realtà della vita in palestra, intendo.
…Accostatomi per osservarla mi accorgevo che si muoveva, era viva. Era una statua, ma era anche Domenico. Il fatto mi riempiva di gioia e mi sembrava del tutto naturale. Salivo le scale per recarmi ad un appuntamento che era, però, anche una riunione. Uscivano dal palazzo i miei amici: davanti a tutti Luca e anche Leo. Dovevo aver raccontato della statua perché si dirigevano verso di essa ed incominciavano a fare qualcosa per aiutarla perché non si poteva lasciare Domenico lì, in mezzo alla strada. Arrivavano anche altri e mi sono svegliato con la sensazione di grande serenità…
Era la mattina del ventitré. Eravamo in palestra. Come sempre, d’altronde, visto che ci incontriamo solo in palestra… mi ha raccontato il sogno perché faccio lo psicoanalista, voleva l’interpretazione. Ci sono sogni che bisogna raccontare, non si possono trattenere e non scompaiono; sono i sogni della nostra vita: se non c’è uno psicoanalista si racconta ad un amico, a qualcuno; ma se c’è…
In palestra interpretazioni non ne do, non mi sembra il luogo; però capisco che talvolta uno senta il bisogno di aprirsi. Quando si sta in compagnia di un medico si sente il bisogno di raccontare il sintomo. Si era presentato con il saluto sorridente.
Pietrone come stai?
Un saluto immediato mi sembra strano: metto soggezione e nessuno si rivolge a me con impeto, se non c’è un motivo urgente… E subito il sogno con Luca e Leo: in un colpo, l’autore sognatore voleva l’attenzione di mezza palestra, la parte maschile. L’altra metà del mattino era costituita da due signore e da una ragazza davvero avvenente… c’è anche Claudio, che si caratterizza per l’età, la fede calcistica e la tranquillità dei movimenti; gli diciamo elogio della lentezza. Magari il mio amico di palestra, che è anche il mio autore, avrebbe desiderato salire quelle scale insieme con la ragazza avvenente perché è il posto dove si baciano gli innamorati… di Domenico non so, so poco e glielo chiesi. Rispose invece di Gesù bambino, dell’amore, della Madonna dal gran manto…
Perché bisogna fare le associazioni no? La prima cosa che viene in mente
Saltò a parlare del primo ricordo d’infanzia: le palle di cannone in marmo a Castel Sant’Angelo! Una piramide nel sole estivo, calde e riflettenti un biancore intenso e pieno negli occhi, in un terrazzino chiuso sopra ai tetti di Castello. Lo aveva controllato anni dopo, nella gita scolastica. Il ricordo gli appare insieme al camminamento circolare, alle grottesche dipinte e alla Loggetta di Giulio II. Poi si aggiunge il fresco del percorso interno e la frase che si può leggere a fianco del ponte levatoio interno: Animula vagula blandula hospes comesque corporis… Invece in questo suo sogno saliva verso il luogo d’incontro con animula fragilis desiderium corporis…
Tutto questo per il sogno di Domenico? Il Gesù bambino degli spogliatoi tolto dalla mangiatoia e lasciato in strada sotto la pioggia gelida a dicembre.
Chissà quale strana nostalgia. Gli ho sorriso solo un po’ ma non ho detto nulla e, d’altronde, a lui è bastava raccontare.