I Racconti della Palestra

I Racconti della Palestra

2.

Il primo settembre di qualche anno fa avevo cercato una palestra; è capitato lo stesso all’autore, proprio quando io sono andato ad iscrivermi per avere un fisico bestiale, dare ritmo alla quotidianità e, anche un po’, evitare il mal di schiena.

Ci siamo conosciuti lì, un ex professore demoralizzato per la perdita del ruolo sociale che includeva, per lui, anche l’idea di essere stato un sex symbol: sai quante dichiarazioni d’amore ho ricevuto? aggiungeva lamentandosi di Kronos, il tempo che trascorre inesorabilmente, perché avrebbe voluto ancora inseguire Kairos, il momento giusto, l’attimo fuggente.

In una pausa del lungo suo monologo  gli sorrisi: piacere! faccio lo psicoterapeuta e lui, subito, piacere mio!

Aveva provato piacere istantaneamente, una vera simpatia: infatti non aspettava altro che parlare e, in palestra, si parla gratuitamente perché si è amici di palestra e le cose che si confidano rimangono quasi del tutto segrete, come in una seduta di psicoterapia. Pensa un po’, essere amici di palestra con uno psicoterapeuta…  poi il massimo della confidenza si raggiunge nello spogliatoio, quando si rimane in due. Lì è come trovarsi in un confessionale, ma questo l’ho scoperto dopo. Comunque questo discorso del Kairos – o del Kaiser se volete – mi aveva fatto riflettere: si va in palestra per rallentare il tempo inesorabile oppure per cogliere un’occasione? sesso o vita quotidiana? Se ragiono su di me, sinceramente debbo dire vita quotidiana, ma alcuni discorsi raccolti tra un esercizio e l’altro dicono  pure il contrario.

La perdita di un ruolo professionale per il mio autore era stata solo parziale: gli era rimasto qualcosa, una specie di attività secondaria che consiste nell’aiutare studenti con problemi di apprendimento. Invece la perdita delle opportunità da sex symbol gli sembrava una condanna definitiva: non avrebbe più incontrato adolescenti, maschi o femmine, così tanto pieni di desideri; e neppure professoresse giovani e professori aitanti, così pieni della voglia di essere corteggiati. La ferita sembrava inguaribile e aveva bisogno di raccontarsi a qualcuno, descrivere la stanchezza, confidare l’angoscia, la fine del sesso… gli ci volle poco per scegliere l’amico di palestra che sono io, lo psicoterapeuta incuriosito che con il tempo è diventato quello che sono: Pietrone.

Era il primo settembre di qualche anno fa quando sono entrato nella palestra del distretto di Baltif. Il luogo esiste ma forse no; il nome è un’invenzione che mette insieme Baltimora e Frascati ma, nell’impasto inconsapevolmente, si mescolano un po’ di Istambul, di Glasgow e una spruzzata di Potenza Picena. Intendo dire che si incontra più di quanto non ci si attenda: ci vivono avvocati, professionisti musulmani, operai metalmeccanici e gente di provincia arrivata per lavorare nella ristorazione. La palestra si trova in una strada secondaria, sotto un muraglione che argina il declivio della collina. Sopra vi sono gli edifici: in particolare un convento, un residence e qualche villino residenziale. Nel muraglione si aprono le grotte, trasformate in magazzini per il quartiere operaio; invece, nei palazzi che salgono in su abitano i professionisti, le persone abbienti e persino una scrittrice importante con il cane e la piccola corte.

La palestra sta all’angolo della strada, tra lo stridio dei freni e i parcheggi approssimativi contestati dagli automobilisti di passaggio, dai camionisti soprattutto. Baltif è un distretto operaio e un po’ residenziale, fatiscente e lussuoso, tutto una contraddizione, ma amato dall’autore che vive lì dall’adolescenza. Io invece ci sono nato: ricordo di averlo incrociato al mercato o nei negozi del quartiere; più che altro il corniciaio e l’ottico. Ci siamo incrociati mille volte, però ci siamo presentati solo alla reception, in palestra. Io ho acquistato un abbonamento annuale perché conviene e spinge alla continuità. L’autore, invece, ha scelto il mese di prova, perché è un indeciso ma si è pentito subito nel dubbio dell’avarizia. Avrebbe provato la stessa inquietudine con la scelta opposta: un avaro è sempre sopraffatto dal dubbio. L’ex professore è avaro, si capisce; non eccessivamente perché ha un po’ di ritegno, però il caffè al bar glielo offro sempre io.

Dopo le presentazioni, il mio amico di palestra provò – subito – il bisogno di giustificarsi con me: lo avevo osservato parlare con la segretaria, che invece è la proprietaria, e si era vergognato di qualcosa che avrei potuto capire, grazie alla professione, si capisce, che qualcuno ha ribattezzato professione del supposto sapere. Si trattava di un sospetto valido perché, anche se durante il suo colloquio ero assorto nei pensieri miei, avevo notato che faceva il piacione. Più che altro, ero attratto dalla moto parcheggiata davanti all’ingresso perché la vedevo bagnarsi sotto a quella pioggerella che, nel distretto di Baltif, viene detta gnagnarella: è una pioggia leggera e cocciuta che penetra entra nelle ossa. Mi domandavo – chissà? – se anche una moto abbia le sue proprie ossa.

L’autore iniziò a giustificarsi con me con una solfa piena di sottintesi: si era iscritto allora allora in palestra; aveva il rammarico di non averlo fatto prima; aveva scelto l’abbonamento mensile; per prova, certo, perché, nonostante fosse deciso era anche un po’ dubbioso; siccome era dubbioso aveva bisogno di parlare con la segretaria… Excusatio non petita accusatio manifesta! Era evidente che quel parlare con la segretaria aveva il senso di provarci… o almeno valutare se si sarebbe potuta verificare l’opportunità per provarci. Starebbe ancora lì a parlare se non lo avessi fermato sorridendo: potevamo intanto andare negli spogliatoi e cambiarci d’abito per entrare in sala e conoscere gli istruttori.

 

 

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