Anno: 2012

Arlecchino servitore di due padroni

Arlecchino servitore di due padroni

Carlo Goldoni (Venezia, 25 febbraio 1707 – Parigi, 6 febbraio 1793) scrisse questo testo nel 1746,  in un periodo in cui esercitava la professione di avvocato a Pisa, su richiesta di un famoso attore italiano, Sacchi, che gli proponeva anche un tema per l’intreccio: servire due padroni. Sacchi era conosciuto in tutta Europa come comico, con il nome d’arte di Truffaldino, il personaggio della Commedia dell’Arte che interpretava. Goldoni, nello scrivere il primo canovaccio, probabilmente si ispirò ad “Arlequin valet de deux maîtres”, testo firmato da Mandajor (Jean-Pierre des Ours de Mandajors: Alès, cittadina non lontanissima da Avignone, 24 giugno 1679 – Parigi, 15 novembre 1747). Sacchi portò in scena l‘opera, riscuotendo un notevole successo; in seguito, però, altri comici di minore levatura interpretarono la commedia snaturandone le proposte, fatto che spinse Goldoni a trasformare il canovaccio in un testo con tutte le parti scritte. Quest’innovazione consacrò l’inizio dell’opera drammaturgica goldoniana, i cui testi furono interamente scritti e non più lasciati all’improvvisazione tipica della commedia dell’arte.

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FRAMMENTO XV

FRAMMENTO XV

Ho attraversato il deserto, salito

faticosamente dune e dune di sabbia,

ascoltato il silenzio della notte,

affrontato miraggi e udito sirene.

Ora, finalmente, sono a casa.

Le tue mani, la tua bocca,

il tuo abbraccio, il tuo amore,

sono la mia casa,

amico mio.

liliana ciccarelli

Alì ha gli occhi azzurri

Alì ha gli occhi azzurri

“… deponendo l’onestà / delle religioni contadine, / dimenticando l’onore / della malavita, / tradendo il candore / dei popoli barbari, / dietro ai loro Alì / dagli occhi azzurri / usciranno da sotto la terra per uccidere…” (P.P. Pasolini, Profezia, 1962-64)


“… I Persiani, dice, si ammassano alle frontiere. / Ma Milioni e milioni di essi sono già pacificamente immigrati, / sono qui, al capolinea del 12, del 13, del 409, / dei tranvetti della Stefer / Che bei Persiani! /Dio li ha appena sbozzati, in gioventù, / come i mussulmani o gli indù: / hanno i lineamenti corti degli animali / gli zigomi duri, i nasetti schiacciati o all’insù, / le ciglia lunghe lunghe, i capelli riccetti. Il loro capo si chiama: / Alì dagli occhi azzurri.” (P.P. Pasolini, Ringraziamenti, 1965)

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Vermeer, il secolo d’oro dell’arte olandese

Vermeer, il secolo d’oro dell’arte olandese

ragazza con l'orecchino di perla

“Muore giovane chi è caro agli dei” è il verso di Menandro forse più abusato: si propone, così frequentemente da diventare banale, ogni qual volta si rintraccino le impronte di un personaggio che, in qualche modo, abbia lasciato un ricordo indelebile, a maggior ragione se in un tempo molto breve. Si può affermare così anche per Jan Vermeer, il grande pittore olandese vissuto nel pieno del XVII secolo e le cui opere, pochissime, resteranno fulgide e splendenti nella storia dell’arte figurativa. Pur non essendo studiosi, ma semplicemente innamorati delle arti figurative, ci avventuriamo nella descrizione della mostra romana che, dal 27 settembre fino al 20 gennaio del 2013, impreziosisce le Scuderie del Quirinale (in via XXIV maggio).

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La donna allo specchio

La donna allo specchio

Parlare di “questione” femminile mi lascia sempre l’impressione del nonsense. Ad ogni questione femminile – mi sembra – dovrebbe corrispondere una questione maschile oppure non ci dovrebbe essere alcuna questione. Leggendo la “Storia delle donne in occidente”, raccolta di scritti storici e filosofici curata da Georges Duby e Michelle Perrot, a partire dall’antichità antichità greca e romana per giungere ai giorni nostri, si scoprono e si puntualizzano leggi e norme definite dall’opera di maschi legislatori, che stimolano alla riflessione nel merito dei diritti femminili.

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