I Racconti della palestra
3.
Gli istruttori del mattino sono spesso in due, ma talvolta tre se c’è anche la ragazza, e quel mattino erano abbastanza liberi.
Sto parlando di un mattino che era prima del covid perché, purtroppo, da allora sono cambiate le abitudini. Anche adesso le persone vanno in palestra, però quasi tutti hanno imparato a far da sé; lo hanno imparato durante la pandemia, per l’appunto, e non hanno più smesso di farlo: ora in palestra ognuno pensa per sé e questo è un peccato perché si parla di meno, oppure non si parla affatto e gli istruttori devono occuparsi d’altro. Comunque quel mattino gli istruttori erano in tre.
L’amico autore aveva deciso di raccontare quanto fosse stato in gamba nella vita sportiva: atletica, pallavolo… lo diceva all’istruttore vicino a lui.
Però non gli bastava e voleva il parere anche dell’altro. Siccome ho imparato sin da subito a leggergli il pensiero – il pensiero inconscio, intendo –, avevo capito che cercava soprattutto l’attenzione della giovane istruttrice. Non gli sembrava sufficiente ancora l’attenzione alle sue imprese sportive perché poche erano le espressioni di meraviglia.
Immaginavo che i tre istruttori, per quanto molto giovani rispetto a noi soprattutto, avessero ascoltato decine di storie simili perché la vanità o l’esibizionismo sono uno degli aromi dell’esistenza. Tutte le storie di vanità sono simili e si riducono a tre contenuti: l’età dell’oro, le imprese irripetibili, e la sfortuna che blocca una carriera straordinaria. Le parole di Alberto Sordi, in Un americano a Roma, sentenziavano semplicemente se non ci avessi avuto la malattia…
Il mio amico di palestra, che è anche il mio autore, mi aveva intenerito perciò fui io, invece degli istruttori, a chiedergli qualcosa del suo passato sportivo, dato che si era vantato di essere stato quasi un giocatore professionista:
giocavi al calcio?
No, a pallavolo
ah!
Però quasi in serie B
Ah, quasi…
Avevo colto la delusione del mio autore e, per un sentimento di simpatia mista a tenerezza, mi complimentai per quella carriera così interessante e lasciai pensare di sentirmi compiaciuto di poter vantare un amico di palestra simile. Poi, con l’aria del professorino di psicologia, aggiunsi che tutti quanti si iscrivano in palestra magnificano se stessi in due maniere: vantando un passato di atleta capace di grandi imprese, per quanto sconosciute, oppure di inetto totale.
E vai a capire qual è la verità:
sicuramente i tre istruttori sono abituati ai discorsi, bisogna dargli tempo…
per ottenere i complimenti desiderati, si intende.
Per quanto mi riguarda, presero sul serio l’unica richiesta avanzata: salvaguardare le giunture provate dall’età. Intendevo le spalle, le ginocchia, i gomiti, le caviglie, i polsi, in una parola, tutto! Mi sorrisero e mi vollero bene perché avevo confermato l’assoluta necessità del loro valido contributo professionale.
Le mie esigenze combaciavano con le loro attenzioni, perciò estesero le precauzioni anche a lui, visto che eravamo coetanei più o meno, e lo siamo ancora, ovviamente. In realtà lui, l’amico autore è più anziano di cinque giorni. Così, per ridere, mi rivolgo a lui con l’appellativo amico anziano; egli sorride ma lui si sente in imbarazzo.
L’allenamento da anziano lo disturba perché egli desidera la palestra dell’eterna giovinezza; me lo ha confidato tra i grugniti di fatica che emette anche solo per gli esercizi più banali; lo brucia l’idea di non riuscire a mantenere il contatto con i giovani corpi femminili.
Le sue fantasie mi invitano verso un film antico – mi pare si chiamasse Casotto – nel quale, ad un certo punto, una ragazza bellissima confida all’amica di andare a letto con un adulto, un chirurgo:
a letto è un toro
afferma la sceneggiatura, per lo stupore di quella relazione
con un vecchio di sessantacinque anni…
Ecco il mio amico anziano, che è anche il mio autore, fantastica di essere stato un toro e che la professoressa giovane rappresenti la protagonista del film e la sua paura è che tutto ciò finisca per sempre. Ma non era vera né un’ipotesi né l’altra, gli sorrido:
mah…
Ho presente la lusinga che attanaglia il pensiero maschile e quello femminile: si collega al complesso di Edipo? al tabu dell’incesto? La specie umana è particolare, che dire? Un giorno forse gli dirò qual è quella lusinga e la teoria di uno psicoanalista anche un po’ sociologo e quale sia il problema degli uomini ormai adulti e delle donne soprattutto giovani.