Sempre fiori mai un fioraio, un omaggio a Paolo Poli
Non so perché – chissà perché? – tante persone ricordano Paolo Poli con affetto, indipendentemente dal loro orientamento sessuale. Egli dava, e resituisce ancora nel ricoro, l’idea dell’amico che ti dice la cosa giusta capace di farti star bene; ma anche la cosa che ti fa star male perché coglie nel punto sensibile, in cui il malessere si mescola con la cattiva coscienza. Ti guarda il viso e ti dice quella cosa, con il sorrisosulle labbra e lo sguardo acuto: te la dice rispettandoti; non ti giudica anche qunado colpisce in pieno un sentimento ipocrita nascosto nella melma del buon senso comune.
Ne mostro un esempio: si tratta di una battuta raccontata da Pino Strabioli in questo bello spettacolo dedicato a lui, a dieci anni dalla morte. Si riferisce a I viaggi di Gulliver in cui lo stesso Strabioli, en travesti, recitava una bambina, o meglio una bambinaccia: a un giornalista che fissava, forse insistentemente, la peluria sul petto di Strabioli attraverso la scollatura, Paolo fulminante disse: Ha la fica alta… avendo colto la malizia cogliendo dello sguardo e lo straniamento.
I miei personali ricordi dell’attore partono da lontano, dalle rasmissioni televisive della RAI dedicate ai bambini, in cui egli leggeva meravigliosamente le favole di Esopo; poi attraversano i lavori teatrali ai quali ho assistito: Aldino mi cali un filino, Caterina De Medici, L’asino d’oro, Il coturno e la ciabatta, Sillabari… ma invece ho mancato Rita da Cascia che tanto scandalo fece. Sono diventati miei anche i ricordi altrui, di Sandro e Renzo per inciso, che narravano gli spettacoli di cabaret nella Milano degli anni sessanta; e per finire sono approdato all’audiolibro sulla cucina di Artusi e alle puntate della trasmissione televisiva E lasciatemi divertire dedicata ai peccati capitali planado sul libro Solo fiori, mai un fioraio, scritto da Pino Strabioli solo pochi anni prima della scomparsa del coltissimo attore.
Ecco, l’affetto verso Paolo Poli è simile a quello che si prova per uno di casa, uno intelligente, che ti guarda dentro, si accorge della tua magagna e scorge la macchia che tenti di nascondere, dichiarandotelo tranquillamente: tutto quello che avete detto nelle tenebre sarà udito nella luce, e quel che avete detto all’orecchio nelle stanze interne sarà proclamato sui tetti (Luca 12, 3) … si tratta della costruzione psicoanalitica operata dalla cultura.
Ciò che colpiva (colpisce…) di Paolo Poli è il garbo con cui egli era in grado di esprimere la cultura, la maniera di porgerla affinché diventasse anche tua. L’elemento caratterizzante era l’omosessualità, secondo l’idea che in qualche modo aveva suggerito Sigmund Freud, secondo il quale gli omosessuali sono particolarmente dediti all’arte o alla scienza, a causa della sublimazione del desiderio, si capisce… solo che la sublimazione è una delle invenzioni peggio riuscite della psicoanalisi. L’omosessualità (la frociaggine) veniva apertamente dichiarata ed esplicitata proprio al fine di non consentire ambiguità o malizie troppo benpensanti: mettetemi pure all’ultimo posto, intanto vi dico ciò che penso… E’ stato divertente, esemplificativo di quelle ambiguità, un aneddoto che coinvolgeva Mina: avevano condiviso un unico camerino scelto per loro due, non senza cattiveria, da qualche funzionario RAI; a distanza di tempo la cantante chiese a Poli come mai non avessero fatto niente di sessuale… perché io sono frocio! fu la risposta.
L’eredità artistica è tornata in mostra per pochi giorni, a dieci anni dalla scomparsa, nel Teatro de’ Servi con il racconto dell’intimità regalato a Pino Strabioli in trenta appuntamenti a pranzo, allo stesso tavolo, nello stesso ristorante, nello stesso luogo, per circa due anni. Il registratore, piccola spia, ha registrando le stupende, delicate, brucianti confessioni del grande uomo di cultura: un viaggio attraverso la vita di Paolo Poli, che ha fatto della libertà intellettuale la propria arte e la propria inconfondibile caratteristica. Accompagnato da Marcello Fiorini alla fisarmonoca, Strabioli ha restituito al pubblico la voce e l’ironia, mescolando i ricordi alle riflessioni universali del rito teatrale, così vicino ai modi classici e all’idea della catarsi.
Sempre fiori, mai un fioraio, era il libro edito da Rizzoli nel 2013 per celebrare il teatro e la personalità fuori dell’ordinario di Paolo Poli e offrire senza esitazioni il ritratto di una vita coraggiosa. Il testo attraversa il Novecento con la grazia e la ferocia, che il grande attore sapeva bilanciare con naturalezza. La narrazione si è trasformata da parola scritta in azione scenica, materializzatasi per fornire, ancora un’ora e mezza, corpo a un’esistenza che ha rappresentatao un riferimento per la cultura di una nazione; come Dario Fo in fondo…
Lo spettacolo ripercorre la storia italiana vista attraverso gli occhi di un bambino e poi di un giovane: dall’infanzia della guerra, agli amori del boom economico, ogni aneddoto affonda nel ricchissimo mondo della letteratura e dell’arte. L’irriverenza non è rimasta mai fine a se stessa, ma si è spinta a scavare la verità nascosta dietro alla maschera del perbenismo. La “profonda leggerezza” di Paolo Poli è stata solo apparente ma ha lasciato la traccia di uno straordinario desiderio di vivere che l’amore, inteso come sesso e come cultura, sempre contiene ed irrefrenabilmente esprime.