I Racconti della Palesttra

I Racconti della Palesttra

7. L’autore è sotto la doccia.

Il primo ricordo d’infanzia: palle! Le palle di marmo di Castel Sant’Angelo, una piramide nel sole estivo. Calde, riflettenti un biancore intenso pieno di luce verso gli occhi del bambino, un cortiletto chiuso sugli spalti di Castello. Nella gita scolastica, anni dopo, lo stesso ricordo insieme al camminamento circolare, alle grottesche dipinte, dietro alla Loggetta di Giulio II.

Il fresco percorso interno e la frase a fianco del ponte levatoio che taglia la grotta in salita: Animula vagula blandula hospes comesque corporis…

 

Il sogno del mio autore verso un luogo d’incontro: animula fragilis suscipiens desiderium corporis… ed eccolo la volta successiva in sala pesi raccontare a Luca di averlo sognato; rideva pensa ho sognato te e Leo… che sogno strano.

 

Quando non sono Pietrone anche io ho un ricordo strano: stare sdraiato ed avere la febbre, dura e interminabile; poi la lotta contro il dottore che scrutava la gola poggiando un cucchiaio nel fondo della lingua. Vedermi di fronte e anche dall’alto, angosciato, condannato e proiettato in due… forse ho sognato, ma il rumore degli zoccoli però era autentico e mi dava fastidio, forse vera paura. Gli stessi zoccoli sui quali il bambino ha inciampato, correva, battendo la fronte con un taglio: nel ricordo non c’è sangue.

 

Il sangue però c’era stato, spaventoso e mortale, con il bisogno dei punti e nuovo terrore, di cui la microscopica ferita resta nascosta tra i capelli.

Anche un’altra piazza in pieno sole – Piazza Cavour – di nuovo tanta luce, ma questa era la lampada del flash sparato negli occhi per la foto: eccola la foto, un volto spaventato di bambino e due grosse lacrime negli occhi. Strano il flash, con tutto quel sole, strano lo sfondo grigio e tanto sole.

Qualcuno lo chiamava figlio del sole.

Un ricordo violento è più netto: la casa in una periferia remota, una casetta, vicino ai campi incolti delle pecore e del cattivo odore; ancora un giardinetto e una strada fangosa, come nei film di Paolini, tra alberi di ulivo e i cani pastori di cui temeva il ringhio.

Altro ricordo più netto e sono passati altri anni, già tanti: la passeggiata serale e l’aggressione di un gruppo, ostile e insensata. Gli sconosciuti di borgata volevano menare qualcuno: lo menarono lui ridendo. Ricorda due schiaffi con ricevuti tutta la forza, subiti, e la vergogna più intensa del dolore, però non chiese aiuto all’amico che, dall’altro lato della strada, con timido coraggio, chiedeva se avesse bisogno d’aiuto e disse no.

In quel ricordo aveva forse quindici anni e non conosceva Gil. L’altro amico, Pino, timidamente coraggioso andò via e l’aggressore gli disse di aver fatto bene se non ti ribelli ti do solo due schiaffi… strane forme di coraggio.

Ma non conosceva Gil, che invece lo avrebbe salvato. In fondo solo due schiaffi.

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