Circle Mirro Transformation
Circle Mirror Transformation è uno spettacolo di Annie Baker. La giovane drammaturga (1981) – il cui taglio di scrittura ha una intenzione fortemente sociale ed è indirizzata ai margini e al “marginale” – ha conosciuto il successo immediatamente con la prima opera teatrale, Body awareness (che si potrebbe tradurre come consapevolezza del corpo), prodotta dall’Atlantic Theater Company e andata in scena nell’aprile del 2008 nell’Off Broadway. Poi ha proposto i due drammi Circle mirror transformation (2009) e The Aliens (2010): tutti e tre gli spettacoli hanno vinto l’Obie Award, il riconoscimento teatrale dell’Off Broadway più importante, probabilmente il centro del mondo per il Teatro Off. Nel 2012 ha curato un acclamato adattamento dello Zio Vanja di Cechov; nel 2014 ha vinto il Premio Pulitzer drammaturgia per The Flick (che tradurrei come Il film) debuttando nell’Off Broadway nel 2013, anch’esso vincitore di Obie Award. Negli anni successivi, la giovane autrice ha seguitato a vincere premi e, come logica conseguenza del suo teatro e della sua carriera, ha provato a mettersi alla prova come regista teatrale e cinematografica, mantenedo una coerente prudenza.
Le atmosfere narrative proposte da questa straordinaria autrice mi pare propongano sempre qualcosa di simile: un’analisi degli esseri umani e delle cose, proposta attraverso elementi minimi, fatti consueti, semplici e penetreanti perciò coinvolgenti, ai quali non si presta quasi mai l’attenzione sufficiente.
Circle Mirror Transformation ha una traduzione letterale priva di senso in lingua italiana: procedendo con logica, soprattutto dopo avere assistio allo spettavolo, comprendiamo che il titolo ha a che fare con una trasformazione (individuale, si direbbe) a causa di un rispecchiarsi (negli altri individui o nei personaggi interpretati, si direbbe) che è circolare, perché coinvolge tutti contemporaneamente. In realtà non c’è una trama: esiste un luogo, una piccola scuola di recitazione; esistono cinque personaggi, la maestra e quattro allievi dilettanti; esiste un tempo, le cinque settimane di lezione. La maestra di recitazione è una donna di mezza età, il cui compagno è uno dei due allievi maschi; anche l’altro è un uomo di mezza età. Ci sono due allieve: una giovane donna fascinosa, con qualche esperienza teatrale o di vita vissuta, ed una ragazza che sembra restare ai margini.
Oltre a non esserci una trama, non sono proposte nemmeno esternazioni autobiografiche, ma solo ciò che traspare dai tipici esercizi di recitazione o improvvisazione. Il più interessante di tali esercizi funziona anche come il filo di Arianna, che consentirà ai protagonisti di percorrere il sentiero che conduce all’uscita dal labirinto indeterminato del corso: contare fino a dieci, inserendosi uno alla volta, trovando il proprio tempo e la propria misura senza sovrapporsi con la voce. Ogni errore comporta la ripetizione: a cosa serve? ad ascoltarsi, a rispettare lo spazio dell’altro. Proporrei di farlo in qualsiasi riunione, in qualsiasi cena in gruppo…
Ogni giorno di lezione si apre con un conteggio e ogni conteggio racconta un piccolo progresso: in cosa? Noi, anziani studenti di psicoanalisi e frequentatori delle psicoanalisi di gruppo, abbiamo conosciuto ed apprezzato la potenza terapeutica del teatro, dalla catarsi aristotelica, nella quale può scivolare lo spettatore, all’autoanalisi del candidato alla psicoterapia, al rispecchiarsi e identificarsi dell’aspirante attore. Rispecchiamento e identificazione sono gli strumenti più affascinati (e pericolosi) come il misterioso Carro di Tespi rese immediatamente evidente al suo apparire nella Grecia Arcaica del sesto secolo.
La povera scuola di teatro rappresentata, che forse potrebbe avere lo stesso nome del titolo (giustamente non tradotto in italiano), manifesta la sua straordinaria potenza grazie alla durezza e alla chiarezza identitaria della maestra: questo elemento è un’affermazione categorica dell’autrice, e si coglie subito a dispetto della minimalità dei luoghi e degli oggetti diosponibili così ben narrata nella scenografia. Si tratta di una sorta di garage, quattro sedie, un praticabile con tre gradini che funge da luogo scenico, uno sgabuzzino visibile ed un bagno immaginario oltre le quinte di destra.
A partire dalla prima scena-lezione del corso, in quanto spettatori pieni di fiducia (per la qualità degli interpreti) cerchiamo di capire che cosa stia per succedere: si genera un’aspettativa calma, inizialmente persino un po’ annoiata… viaggiatori in un treno regionale “che guardano fuori dal finestrino senza percepire intimamente il paesaggio”, questo suggeriscono le note di regia. Intanto il treno va. E noi con lui, aggiungono le note: ma dove? Ogni esperienza artistica è un viaggio, ogni viaggio è un rinnovamento, ogni rinnovamento è un frammento di psicoanalisi… Si sa? forse non si sa. Dai finestrini di questo treno, poltrone di platea e ancor meglio palchetti, si guarda verso un esterno che invece è un proprio panorama interiore: interiore dei personaggi portati in scena, che sono persone normali di cui non si conosce altro che il nome… persone normali… normali come noi… è teatro o psicoterapia di gruppo?
Ho commentato lo spettacolo con un amico, che ha frequentato la scuola di teatro, e mi ha confermato che gli episodi rappresentati sul palcoscenico propongono gli esercizi che si fanno normalmente: Annie Baker, autrice del testo. non ha inventato nulla… o forse sì?
Da questo punto in poi le mie considerazioni si allontanano da quelle della regia: dice Binasco che uno spettacolo è comunque un pezzo della vita e del destino… quando ti iscrivi a un corso di teatro sai bene che sarà un viaggio: dentro di te e dentro gli altri che incontrerai. E si domanda perché mai abbia scelto questo testo, fingendo di non conoscere la risposta… poi aggiunge qualcosa della recitazione sintomatica che, dei personaggi rappresentati, lascia vedere solo quel che fanno e ascoltare quel poco che dicono, mentre la parte più profonda della loro vita vera si può solo intuire, come la la parte immersa dell’iceberg. Già la maetafora dell’iceberg! talvolta viene sostituita dalla metafora del petrolio… qualcosa di sommerso, invisibile oppure oscuro.
Che cosa ha proposto, per me, Annie Baker? Ha intuito che la vita è sogno; ha compreso che il teatro è un sentire inanzitutto corporeo e un raccontare sempre e comunque di piccole cose; ha verificato che il pensiero di ciscuno di noi pretende di dare un senso alle piccole cose, ai frammenti, alle minuscole intuizioni e ha concluso che la trama non scritta la immaginerà lo spettatore, con l’ampiezza della sua sensibilità: se non si indentificherà con uno dei personaggi (dei nessuno è particolarmente affascinante) interpreterà il deus ex machina, il pensare che rende coerente tutto. La vita è sogno, il sogno è teatro, la vita stessa è – sempre – teatro.
Io mi sono identificato con il deus ex machina, cioè con l’autrice, e ho colto il senso del bellissimo spettacolo nell’ultimo esercizio, conclusivo, dopo che il conteggio propedeutico è risultato perfetto: l’improvvisazione di un racconto fatto “a dieci anni di distanza” da due allievi, ormai ex, che nella vita hanno trovato un lavoro normale svolto in luoghi privi di fascino. I due parlano del passato e degli altri che non incontrano più: storie inventate, storie di vita, la vita.
Applausi scroscianti, da un treatro pieno, un mercoledì 8 giugno pervaso dal caldo romano, spettatori in piedi, ringraziamenti reciproci, senza fine. Annie Baker è più brava di me.
Circle mirror transformation di Annie Baker
traduzione Monica Capuani e Cristina Spina
regia Valerio Binasco
con Valerio Binasco, Pamela Villoresi, Alessia Giuliani, Andrea Di Casa, Maria Trenta
scene Guido Fiorato
costumi Alessio Rosati
luci Alessandro Verazzi
suono Filippo Conti
video Simone Rosset
regista assistente Fiammetta Bellone
assistente regia Eleonora Bentivoglio
assistente scene Lorenzo Rostagno
assistente costumi Rosa Mariotti