La vita nuda
La vita nuda è una novella di Luigi Pirandello, che diede il titolo alla seconda raccolta delle Novelle per un Anno, pubblicata nel 1922. Però è anche il titolo dell’opera lirica commissionata dal Teatro dell’Opera di Roma al compositore Matteo D’Amico, nella ricorrenza dei “novanta anni” dalla morte di Luigi Pirandello.
Già così l’operazione si presenta piuttosto strampalata: nella “dinamica” dei fatti esposti dalla versione lirica, si riconoscono, infatti, due storie (io non riesco a riconoscere altro) e cioè La patente e L’uomo dal fiore in bocca. Nessuna delle due è inserita entro la raccolta di novelle La vita nuda, la seconda pubblicata; però, non risultano incluse nemmeno nella prima. Perché, difatti, non si tratta di due novelle: La patente è un dramma in un atto del 1917, pubblicato nel 1918, da recitare in dialetto siciliano; L’uomo dal fiore in bocca è un atto unico rappresentato e pubblicato nel 1923. Tutta la numerologia emersa nell’operazione commissionata dall’Opera di Roma sembra non avere tanto senso.
La vicenda si apre fuori dalla stazione, sul proscenio, dove un signore vestito in modo particolarmente originale esprime alcuni concetti in lingua siciliana: si tratta di Rosario Chiàrchiaro, protagonista del la patente, cui spetta l’onore dell’ouverture. Al salire del sipario, che rappresenta la facciata esterna della stazione, ci si trova nella sala d’aspetto, dentro alla quale si aggirano molteplici personaggi che hanno titolo, oppure non ce l’hanno affatto, per partecipare alle azioni sceniche.
Nei primi minuti si fatica a riconoscere, nel capostazione, il protagonista dell’uomo dal fiore in bocca: infatti nell’opera di Pirandello non si tratterebbe del capostazione, ma di un uomo che avvicina i viaggiatori in partenza, per raccontare la propria disperazione; così facendo genera scandalo. L’espediente del ruolo di capostazione serve a legare due storie: a causa di un guasto sulla linea – forse una citazione dei problemi che avversano le ferrovie italiane – i treni non partono e non arrivano. L’uomo che parla con il capostazione è un avvocato, o giudice, che si è attardato per acquistare regali ed ha perso l’unico treno in orario: il suo essere avvocato permette di incorciare altri avvocati e il giudice D’Andrea che deve presiedere alla causa intentata da Rosario Chiàrchiaro a due giovani che lo hanno insultato e deriso.
A causa del guasto sulla linea ferroviaria, che “costringe” tutti i personaggi a restare fermi nella sala d’aspetto, il processo si celebra lì, a due passi dai binari: nel mentre, la moglie dell’uomo dal fiore in bocca rende palese la propria disperazione, mentre una serie di altri avventori si inserisce a ragione, oppure a torto, nelle vicende cantate.
Intanto si è generata la convinzione che Rosario Chiàrchiaro, che non è uno jettatore, sembri realmente uno jettatore e che dipenda proprio da lui il blocco della circolazione ferroviaria (sarà forse un ironico riferimento a chiodi e altre amenità delle FS): infatti, non appena egli ha ottenuta l’agognata patente, torna la luce.
Prima dell’esito finale nel buio della iattura, tutti stanno con un lumino in mano a cantare il senso della vita che è la morte, secondo la molto fraintesa teoria dell’esserci di Heidegger. Però, filosofia a parte, martedì 20 ottobre bisognava esserci alla prima nazionale dell’opera di Matteo D’Amico: la maggioranza delle persone viste, incrociate, ascoltate, percepite faceva di tutto per essere notata e riconosciuta al fine di evidenziare la propria presenza, quell’esserci così importante di fronte al grande musicista per il suo grande evento.
Bisogna dire che tutti gli interpreti sono stati bravi ed encomiabili: musicisti e cantanti accomunati in un unico plauso, vista la difficoltà della partitura musicale che ci è sembrata piuttosto impervia. In particolare vanno apprezzati gli interpreti vocali, che sono riusciti a condurre a termine l’opera intonando in maniera udibile e corretta – noi immaginiamo così, visto che la questione sonora era incomprensibile – per ben novanta minuti: una musica monotona, ripetitiva e confusa all’apparenza. La parte meno attraente dello spettacolo era proprio quella compositiva: non si è percepita una melodia che fosse una; non si è riuscito a ricordare un passaggio canticchiabile, una linea melodica da rubare e portarsi a casa nella memoria come un dono prezioso.
Resta l’ammirazione per gli interpreti… e il ringraziamento alla regia che ha fornito comprensibilità ad un testo e a un movimento potenzialmente caotico pure quello; vi è riuscita anche grazie alla coerenza suggerita attraverso i sottotitoli che appaiono sullo schermo in alto e rendono intellegibili le voci, talvolta molto sacrificate dai suoni.
Due notazioni conclusive: la meraviglia che si prova di fronte alla progressiva scomparsa dalle orchestre degli strumenti intonati e la ridondanza di quelli a suono indeterminato; e la constatazione dell’incredibile competenza del pubblico presente in sala, che ha prodotto in noi una convinzione: gli unici spettatori non appartenenti ad un gruppo così preparato, erano due.
Direttore d’orchestra Alessandro Cadario; Regia Cecilia Ligorio; Scene Gregorio Zurla; Costumi Vera Pierantoni Giua; Luci Fabio Barettin
La barista / moglie dell’Uomo dal fiore in bocca Annunziata Vestri
Rosinella, la figlia di Chiàrchiaro / Giovane innamorata Maria Grazia Schiavo
L’uomo dal fiore in bocca Omar Montanari
Avventore / Giudice 1 Blagoj Nacoski
Giudice 2 / Giovane innamorato Marcello Nardis
Giudice 3 Roberto Abbondanza
Giudice D’Andrea Federico Longhi
Rosario Chiàrchiaro Andrea Concetti
Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma: Opera commissionata dal Teatro dell’Opera di Roma; Nuovo allestimento del Teatro dell’Opera di Roma; Prima esecuzione assoluta.
Lo spettacolo avrà alcune repliche fino a domenica 25 ottobre.