Il buio. La lunga notte di Stefano Cucchi

Il buio. La lunga notte di Stefano Cucchi

16Grafic novel di Emanuele Bissattini, Floriana Bulfon, Domenico Esposito,  Claudia Giuliani.

Il caso di Stefano Cucchi è presente nei discorsi sui temi giudiziari da nove anni, con più vigore e presenza di altri simili fatti di cronaca e con ragionamenti qualunquistici assimilabili alle discussioni calcistiche. Sebbene ogni vicenda processuale si caratterizzi per una certa dose complessità – compito impossibile stabilire il vero ed il falso e quanto del vero e del falso sia perseguibile penalmente – , quella relativa alla morte del geometra romano lo è per un insieme di fatti molteplici: Stefano non denunciò mai i suoi aggressori; era noto come tossicomane e spacciatore; rifiutò cibo e cure mediche; nei giorni trascorsi dall’arresto alla morte ebbe a che fare con parecchie decine di persone; molti fatti inerenti il suo arresto e la detenzione rimasero nascosti; inoltre, prima dell’arresto, egli era socialmente invisibile, un abitante dei mondi paralleli che gravitano intorno alle periferie.

L’opacità del caso è inoltre accresciuta dalle dicerie e dai condizionamenti dell’opinione pubblica che, come si sa, è ben felice di agitarsi come una banderuola, la lamina metallica che ruota in presenza del vento indicandone la direzione: la direzione delle dicerie è generalmente politica, ovvero suggerita dalle forze che governano o che vorrebbero governare la Polis.

Dopo molti anni in cui la figura del povero Stefano Cucchi – oggettivamente piena di contraddizioni ed onestamente misera – fu sostanzialmente ritenuta vittima di se stessa, negli ultimi tempi abbiamo assistito ad un cambiamento di direzione del vento, in seguito alla pubblicazione delle immagini del volto e del corpo pieni di tumefazioni, non certo dovute ad una caduta accidentale.

L’ostensione della Sindone laica, voluta da Ilaria Cucchi e dal suo avvocato, è stata un’operazione scandalosa ed intelligente capace di penetrare l’inconscio sociale, producendo il risultato di cambiare la direzione del vento con il superamento della barriera di indifferenza – nessuno può resistere all’immagine del Cristo ingiustamente violentato a dispetto del cinismo di chi naviga nel mare ignobile del tanto peggio, tanto meglio – e alla discesa in campo del mondo della cultura. A quel punto il robusto ponte della connivenza tra gli esponenti delle istituzioni totalizzanti: forze di sicurezza, carceri e ospedali, costruito per superare alcuni inciampi procedurali ha cominciato a vacillare per l’entrata in campo di due magistrati piuttosto determinati: Pignatore e Musarò.

L’uscita nelle sale cinematografiche del film Sulla mia pelle, prodotto da Andrea Occhipinti con la regia di Alessio Cremonini, ricostruendo in maniera sufficientemente onesta e disincantata gli avvenimenti dell’ottobre 2009 ha sbaragliato il campo: le reazioni dopo la proiezione al Festival del Cinema di Venezia sono state durissime e perdenti. Si legge dai comunicati ANSA dopo il 31 agosto 2018:

1) giudizio del Cocer, organo di rappresentanza dei Carabinieri:

“Ci sarebbe da indignarsi se si accertasse che lo stesso (film) è stato prodotto con il contributo dello Stato. Infatti apparirebbe alquanto strano che, con un processo ancora in corso per appurare la verità, organi dello Stato abbiano finanziato un film che sposta in una sala cinematografica un processo che proceduralmente, in uno Stato di diritto, andrebbe svolto in un’aula di Tribunale”.

2) dichiarazione di Franco Maccari, presidente nazionale di Fsp Polizia di Stato:

“È impossibile contenere o sdegno per l’ennesima storia di ordinaria criminalizzazione di chi veste una divisa. A quando un film sul carabiniere Giangrande ferito a Palazzo Chigi? O sui poliziotti uccisi dal terrorismo rosso? A quando un film, pagato dallo Stato, sugli eroi in divisa? Basta con le gogne, le piaghe e le cicatrici che tanti appartenenti alle Forze dell’Ordine portano a vita sulla loro pelle.”

3) dichiarazione di Gianni Tonelli (Lega), ex segretario del Sap (Sindacato Autonomo di Polizia) al Tempo:

“Rabbrividisco. Mi chiedo: si può mandare in mezzo mondo un film che dà allo spettatore un’idea non suffragata da sentenze? Ed è vero che lo Stato ha finanziato il film con 600mila euro? È questa la cultura italiana da esibire in una mostra internazionale? Io non mi farò intimidire, e da parlamentare andrò in fondo a questa storia”.

4)  dichiarazione Donato Capece, segretario del sindacato di polizia penitenziaria:

“La storia processuale ci ha visti oltraggiati e infamati senza uno straccio di prova: sia la sentenza di primo grado che quella di appello hanno assolto i poliziotti penitenziari. Lo hanno accertato due Corti e lo ha confermato infine la Cassazione. Nessuno deve più aprire o sollevare sospetti, ci aspettiamo da anni scuse che ancora non arrivano. Il carcere, e chi in esso lavora, non c’entra nulla con la triste vicenda Cucchi. E sarebbe giusto che questo venisse evidenziato nel film”.

(Mancano dichiarazioni del sindacato dei medici ospedalieri, probabilmente per il fatto che sono ormai in fase di prescrizione i reati commessi dai medici del Pertini…)

Lo stesso Matteo Salvini si è proposto con le tipiche dichiarazioni sprezzanti e superbe sul ben altro da fare (piuttosto che assistere alle proiezioni del film alla Camera dei Deputati), ma ha rapidamente cambiato direzione – per probabili indicazioni meteo relative al vento – esprimendo qualche rammarico di fronte alla fortissima personalità di Ilaria Cucchi, per altro duramente aggredita, con abbondanti volgarità, attraverso i meravigliosi e democratici strumenti dei social media, che consentono di lanciare il sasso nascondendo entrambe le mani.

Oltre al film, molte sono state le pubblicazioni di articoli e libri e non sarà certo ultimo esempio la Grafic novel: Il Buio. La lunga notte di Stefano Cucchi che condensa la grande quantità di materiale raccolta negli anni da Floriana Bulfon, organizzata e sceneggiata da Emanuele Bissattini, con la capacità di chiarire e sintetizzare i numerosi strati di dichiarazioni trascritte e dossier accumulati.

Il libro risponde alla richiesta di una ricostruzione dei fatti e di una loro spiegazione coerente per i non addetti ai lavori, soprattutto più giovani, a partire dalla grande messe di informazioni; la propone attraverso la distinzione tra racconti, i verbali delle dichiarazioni e delle intercettazione dei vari attori, con le vignette di Domenico Esposito; e dossier, referti e documenti scritti, illustrati da Claudia Giuliani.

Tre sono le linee di lettura: la versione dei medici, quella degli agenti della polizia penitenziaria e infine quella dei carabinieri. Il capitolo riservato ai carabinieri è il più corposo perché coinvolge i protagonisti principali dell’arresto e del pestaggio; soprattutto è documenta l’entrata in campo dei magistrati Pignatore e Musarò che hanno rivolto l’attenzione della magistratura, in precedenza fissata altrove, alla violenza esercitata nei confronti del giovane spacciatore-tossicodipendente.

L’interessante scelta editoriale permette di riassumere in concetti semplici la vicenda, grazie alla capacità comunicativa delle immagini che condensano in poche pagine una grande quantità di osservazioni pratiche, psicologiche e sociali che altrimenti avrebbero richiesto una mole di spiegazioni ed una marcata divisione di campo tra buoni e cattivi. Le vignette non commentate, abbastanza numerose, hanno il compito di descrivere le atmosfere per stimolare le riflessioni dei lettori.

La scelta persegue una coerenza piuttosto rigorosa e la distinzione tra narrazioni e dossier viene anche marcata graficamente nelle differenze di stile degli autori, più realistico il segno di Domenico Esposito, simbolico e crudo quello di Claudia Giuliani.

Apprezzabile è lo sforzo di evitare il ricorso alla retorica che, in simili casi di cronaca, rischia di essere l’elemento preponderante; viene lasciato perciò al lettore il compito di esercitare la propria capacità di giudizio a partire da immagini e dialoghi volutamente essenziali: lo Stefano Cucchi che arriva in centrale il 15 Ottobre 2009 è un ragazzo di strada, a contatto con le droghe e pronto a spacciarle (nel suo appartamento verranno trovati quasi un chilo di hashish e 130 grammi di cocaina, dosi evidentemente predisposte allo spaccio). È affetto da epilessia da molti anni. È un ragazzo a stretto contatto con la violenza e lo provano le molte visite al pronto soccorso per percosse. È estremamente debole e denutrito (al momento dell’arresto pesa 43 chili, per un ragazzo di 1 metro e 62 significa malnutrizione grave).

Chi leggerà con attenzione, potrà comprendere il senso della vicenda che è, secondo chi scrive in questo momento, racchiusa nell’indifferenza e nella banalità del male: sarebbe stato sufficiente un cucchiaino di zucchero perché Stefano Cucchi non morisse, nella notte tra il 21 e il 22 ottobre 2009, da solo, rannicchiato sul letto di una cella.

pietrodesantis

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