La vita davanti a sé

La vita davanti a sé

Con colpevole ritardo, ho letto il bel libro di Romain Gary (al secolo Romain Kacev) solo alla cinquantatreesima (!) edizione del 2021, di Neri Pozza. L’ho letto perché qualcuno mi ha detto che il (mio) libro C’era una città, or ora pubblicato da Armando, ne ricorda lo stile.

Allora l’ho letto: mi è piaciuto. E’ un bel libro, un romanzo toccato dalla grazia, secondo alcuni critici; è sicuramente scritto con grazia: ha vinto il premio Goncourt nel 1975. Ovviamente mi auguro che un po’ di quella grazia, magari una spruzzatina, raggiunga anche il mio.

La vita davanti a sé è il resoconto autobiografico di un bambino nato e cresciuto nella banlieu parigina, la cui età indefinita è ben attestata da documenti falsi; sicuramente di famiglia musulmana, confermata dal nome Mohammed, Momò è allevato da un’anziana e grassissima ex prostituta ebrea, scampata ai campi di concentramento ma ormai troppo poco donna per il mestiere, che si mantiene tenendo a balia “i figli di puttana” – che le madri puttane vogliono scampare ai brefotrofi – in cambio di una modesta retta mensile.

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L’attesa

L’attesa

Dopo tanti mesi, siamo – finalmente! – tornati a teatro.

È vero che i teatri hanno riaperto e sono agibili da tempo ma, a causa del lavoro – e del fatto che nella mia città di Roma i teatri tendano a chiudere piuttosto che a riaprire – siamo tornati ad assistere ad uno spettacolo di prosa solo ora. Ma prima di parlare di ciò che abbiamo visto, dobbiamo però affermare, sconsolati, che Roma è una città quasi desolata: chiuso il Valle; chiuso l’Eliseo; chiuso il Piccolo Eliseo; chiuso il Centrale; chiuso il Della Cometa; il Flaiano ormai auditorium in affitto, come pure il Santa Chiara, il Delle Arti non esiste da tempo, il Dell’Angelo pure… e così via.

Forse anche per questo, l’allestimento del bello spettacolo che siamo andati a vedere era realizzato nella Sala Petrassi del Parco della Musica, che teatro non è. Siamo arrivati nella grande struttura trenta minuti prima dell’inizio e persino il Parco della Musica, di martedì sera, sembrava abbandonato alla malinconia: poche persone camminavano nell’aria umida debolmente illuminata: saranno i venti di guerra? Non credo. La desolazione delle chiusure è iniziata ben prima della clausura da covid19.

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L’eterna gioventù

L’eterna gioventù

Ho ascoltato Maurizio Maggiani presentare il suo ultimo libro domenica 17 ottobre al SalTo, in compagnia di un giornalista.  Il giornalista era di compagnia a lui, non a me, ovvio. L’inizio era noioso e anche poco stimolato dalla presenza assente dell’altro; magari si stavano antipatici oppure il giornalista era, pigramente, troppo estasiato dallo scrittore da risultare incapace di dire alcunché. A me successe qualcosa di simile durante la tesi di laurea in psicologia: il mio relatore non disse niente, non perché fosse così estasiato dal mio lavoro.

In questo caso non si trattava di una tesi di laurea ma, semplicemente, della tesi che riguarda l’eterna gioventù. Cosa sia l’eterna gioventù e come si ottenga, da quella presentazione non si capiva proprio, per lo meno all’inizio. L’autore sembrava dare per scontato che uno – e cioè l’ascoltatore – sapesse già di cosa egli avrebbe parlato e, più precisamente, conoscesse il contenuto del libro e le intenzioni declamatorie di quella domenica mattina, ore dodici. Però Maurizio Maggiani abbastanza presto, per non dire subito, si è sollevato dalla poltroncina bassa, lasciando seduto e indietro il giornalista poco entusiasmante: sollevato il corpo, anche lo spirito è rimasto più in alto e, mano a mano, il discorso è decollato e anche l’interesse.

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Le sette opere di misericordia corporale

Le sette opere di misericordia corporale

Ho avuto una doppia vita, di insegnante di elettronica e psicoterapeuta: la prima, grazie ad una laurea in fisica delle particelle elementari; la seconda, per una laurea in psicologia seguita da una scuola di psicoterapia. Come insegnante ho potuto usufruire degli strumenti offerti dall’altro ruolo, che talvolta hanno prodotto un eccesso di aspettative. Ho avuto il privilegio di partecipare alla fondazione dell’IPRS nel 1987.

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37’2 le matin

37’2 le matin

Il libro racconta una storia d’amore impossibile che, tuttavia, si realizza.

Perché l’amore è impossibile? O sembra esserlo, per lo meno tra persone di sesso diverso? La risposta, pur se complicatissima, è semplice: maschio e femmina vivono – di fatto – in due mondi differenti che si toccano solo attraverso i rapporti sessuali.

Il protagonista, aspirante scrittore, si è innamorato di una bellissima ragazza, Betty, che ha gli occhi verdi e fa di mestiere la cameriera affascinante e rabbiosa. Il protagonista riferisce in prima persona, ma di sé non dice nulla: sappiamo solo che ha trentacinque anni e anche questa informazione è acquisita in maniera indiretta, a causa di una caduta rovinosa e in un altro frangente di scarso significato. Sappiamo anche che le donne gli si offrono.

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