La solitudine dei numeri primi

La solitudine dei numeri primi

di Paolo Giordano
editore Mondadori

I numeri primi sono quei numeri divisibili solo per se stessi e per uno: sono una quantità infinita e la loro elencazione è una di quelle imprese senza significato e senza fine cui i matematici si dedicano da ogni epoca. Superata la sfilza dei “primi” numeri primi – 2, 3, 5 e 7 – spiccano tra i numeri primi quelli che ogni tanto appaiono in coppia: es. 29 e 31, 41 e 43 e così via.
Il titolo, veramente fortunato, fa riferimento a queste coppie che, pur vicine, non possono toccarsi proprio come i due principali protagonisti del romanzo: così narra l’autore riferendosi ad Alice e Mattia.

La scelta del titolo fa quasi la fortuna del libro in quanto riesce a suggestionare l’aspirante lettore, colpito da qualcosa che è già presente nel suo inconscio sociale: i numeri primi costituiscono una delle pochissime nozioni di matematica elementare, semplici da comprendere; la divisione per uno o per se stessi rimanda inconsciamente all’idea di solitudine; associare figli unici a numeri primi funziona letterariamente e concettualmente visto che i figli unici non possono confrontarsi con altri bambini all’interno del nucleo famigliare. Ma lo stesso ricorso al pensiero matematico rimanda alla solitudine ipotizzata nel titolo e abbastanza reale per di vi si dedica particolarmente, per l’impossibilità quasi assoluta di condividerne i contenuti.

Alice è figlia unica e, come spesso accade, viene torturata dai genitori affinché divenga “la migliore” ma anche un po’ maschio.
Mattia ha una gemella “stupida” che preferirebbe non avere – ed infatti l’abbandona in un parco –  perché, a causa sua, è costretto dai genitori ad accettare un’esistenza emarginata.
Per entrambi si compie il destino auspicato: Alice, torturata dai sensi di colpa propri e altrui, diviene “la peggiore” ma anche un po’ maschio; Mattia, per i sensi di colpa propri e altrui, sviluppa un’intelligenza geniale che però lo emargina.
Alice, rimasta zoppa per un incidente di sci, opta per una scelta anoressica; Mattia, liberatosi della sorella, si chiude in un mondo irraggiungibile.
Il romanzo presenta le vite dei due protagonisti in sei età differenti: sette anni, quindici, diciannove, ventidue, ventisette e trentuno (cioè oggi).
Il primo periodo costituisce la premessa delle due storie: vengono narrati gli “incidenti” di lei e di lui separatamente; il secondo periodo è l’ingresso al liceo, il loro incontro e la struttura delle loro amicizie omosessuali: Viola, coltiva un amore violento per Alice e Denis sviluppa un amore silenzioso per Mattia.
Il terzo periodo narra la fine del liceo, il loro primo (e unico) bacio e l’attesa di qualcosa; il quarto periodo narra le scelte e le vendette di Alice; il quinto periodo descrive le attese per una mancata dichiarazione d’amore tra i due e le conseguenze finali: il trasferimento di Mattia in una università del Nord Europa e il matrimonio di Alice con Fabio.
L’ultimo periodo narra il presente brillante di Mattia, il suo lento disgelo e il tentativo di Alice di sedurlo.
Mattia, un Orfeo cantore della musica dei numeri, si volge indietro al richiamo di Alice e questo gesto sancisce la separazione definitiva.

Si tratta di un libro intenso e “cattivo”, le cui vicende parlano di “tutto” come se l’autore avesse sentito il bisogno di strafare: del cocciuto perbenismo borghese dei torinesi; dell’egoismo esasperato dei genitori nel volere i figli a propria immagine e somiglianza; dell’egoismo esasperato dei figli nel desiderare la libertà attraverso la morte dei genitori; della sempre poco compresa omosessualità maschile; dell’assolutamente incompresa omosessualità femminile; dell’incommensurabile potere delle donne; dell’odio tra maschi e femmine; dell’intuizione del mito di Orfeo come fuga da una sessualità depressa e deprimente.
La prosa è asciutta e priva di simpatia tanto per i personaggi principali, quanto per quelli secondari: sono tutti malati o stupidi, comunque egoisti. Il finale lascia però intravedere un barlume di luce, come l’aurora boreale cui si fa cenno: l’intuizione di Mattia dell’amore paterno – e quindi della possibilità di amare –; il piacere sadomasochista di Alice che ha acquisito il diritto di odiare tutti i maschi, stupidi e castrati (rovescio della medaglia dell’omosessualità femminile).

Due equivoci culturali sono purtroppo lampanti:
la secolare e ripetuta fantasia del genio incapace di comunicare, insensata in quanto la genialità passa necessariamente attraverso la comunicazione oppure è la prova ontologica dell’esistenza di Dio e la paura di amare camuffata da oggettività nei rapporti.

L’autore Paolo Giordano è il “nuovo enfant prodige” della letteratura italiana: cresciuto in una  famiglia borghese della Torino bene, è laureato in fisica teorica ed ha fatto probabilmente un percorso parallelo a quello descritto per Mattia; sembra una persona sadica – per come scrive – e non ama la mentalità femminile che comprende, pare, assai meglio di quella maschile.
Accetterà i compromessi come tutti i torinesi bene ed avrà una carriera più luminosa del “vecchio enfat prodige” di Torino, Alessandro Baricco, già scalzato perché lontano dal mondo giovanile.

Redazione
 

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