Piano e psiche
Da molto tempo non scrivo, per pigrizia e mancanza di tempo. Scrivere rappresenta un esercizio di pensiero, perciò colgo l’occasione dei tre concerti eseguiti nella Sala Sandro Gindro dell’Istituto Psicoanalitico per le Ricerche Sociali in Roma, Passeggiata di Ripetta, per ripropormi.
Sono state tre serate, organizzate da Marche Musica e dall’IPRS, dedicate a Sandro e inserite all’interno del programma di “Armonie della Sera” che promuove la bella musica nei bei luoghi e incoraggia, tra l’altro, i giovani interpreti. Nelle date dal 20 al 22 novembre, gli eventi musicali sono stati preceduti da brevi introduzioni o saggi sul tema del pianoforte e della psiche.
Giovedì 20 Raffaele Bracalenti ha introdotto il concerto di Francesco Mazzonetto; il 21 novembre Arturo Casoni ha presentato la serata di Elvina Gurra e il 22 novembre Pietro De Santis ha preceduto la performace di Eloisa Cascio.
Parlerò della terza serata nella quale sono stato direttamente coinvolto: il programma era costituito dal Preludio alla notte di Sandro Gindro, dai Quattro Improvvisi di Franz Schubert op. 90, dai Quattro Improvvisi di Frederic Chopin e dell’Impromptu di Marco Sollini op. 27.
Il pianoforte è stato concepito e costruito nel XVIII secolo, perfezionato nel XIX secolo per diventare come è ora; il suo avvento ha influito fortemente sul mondo musicale inteso nei tre aspetti di composizione, esecuzione e ascolto. Si tratta di un mobile bellissimo, affascinante: marrone scuro, oppure nero, più raramente frivolo nel bianco o altro. La presenza di un pianoforte a coda conferisce a qualunque sala un’atmosfera di sacralità percepita da ogni persona che vi entra tanto da suggerire il rispetto del silenzio oppure del sussurro nel parlare, pure se in assenza di altre persone.
Tutti, o quasi, sanno che uno dei problemi più importanti – nella preparazione degli strumenti al suono armonico – era costituito dal “temperamento”, accorgimento tecnico necessario ad evitare la differente percezione dei suoni a seconda delle diverse tonalità. Voleva dire, negli strumenti antichi, che un accordo preso sulla scala del Do non era acusticamente equivalente ad un accordo preso su di una scala differente. Si trattava di una complicazione dovuta ai materiali ma, anche, alla “matematica” delle accordature. Uno straordinario saggio musicale evidenziò la comprensione del problema e l’abilità nel risolverlo; fu offerto da Johann Sebastian Bach nei 48 preludi e fughe del “clavicembalo ben temperato” (BWV 846-893). Bach aveva compreso la necessità di un “temperamento equanime” cioè valido per ogni tonalità musicale: esso consiste nel rendere uguale il rapporto tra una nota e quella immediatamente successiva (intervallo di semitono). Tale rapporto ha il valore matematico preciso di “radice dodicesima di due”. Non mi dilungo a spiegarne il motivo, ma assicuro a chi legge che è vero. Per il clavicembalo e per il pianoforte, il miracolo tecnico e matematico avviene grazie alla forma del mobile; al materiale; alla lunghezza e allo spessore delle corde e alla loro tensione (accordatura). Forma del mobile, materiale, lunghezza e spessore delle corde sono definiti nella fabbricazione; l’accordatura va rinnovata di volta in volta.
Potete immaginare un distinto signore, con carta e matita, calcolare matematicamente per ogni corda la frequenza di vibrazione giusta che rispetti quella formula? Anche se ora esistono i “frequenzimetri”, che segnalano se la tensione meccanica è buona attraverso il numero delle vibrazioni in un secondo, questa operazione preaparatoria per l’esecuzione musicale già propone l’interazione tra Piano e Psiche: lo strumento emette il suono ma è “l’orecchio” dell’accordatore – cioè la sensibilità, la soddisfazione nel gesto e il piacere ricavato dall’intervallo armonico gradevole – a valutarne la correttezza oltre ogni “ragionevole” dubbio matematico. L’interprete, se non fosse convinto della qualità del suono, non si interesserebbe del problema fisico delle frequenze, piuttosto richiamerebbe l’accordatore lamentandosi vivacemente.
Il superamento del problema tecnico pone lo strumento – pianoforte – nella giusta relazione con il suono: esso diviene realmente il medio proporzionale – cioè il mezzo conveniente alla comunicazione – tra compositore e interprete: non si tratta di un ulteriore concetto matematico quanto, piuttosto, di un’interazione logico-emotiva tra le due sensibilità di autore ed interprete. Simile interazione avviene prima tra l’autore e se stesso poi anche tra l’interprete e se stesso, nel momento in cui la logica della scrittura musicale si confronta con l’emozione del suono: i due linguaggi diversi descrivono e mettono in relazione consapevolezza ed inconscio nelle infinite maniere possibili.
Similmente il pianoforte – ad un secondo livello – è medio proporzionale tra compositore e pubblico. L’ascoltatore-spettatore, se non è egli stesso musicista, si “affida” innanzitutto al proprio desiderio e poi alla qualità dell’interprete. In genere l’ascoltatore-spettatore rimane piuttosto rigido, di fronte al “nuovo” rappresentato comunque dal concerto, a meno che l’interprete non gli faccia dono di “qualcosa”: la sua personale emozione che trasmette la “lettura-interpretazione” dell’intenzione conscia ed inconscia del compostore. Attraverso il dono dell’emozione – o di piccole porzioni di essa – l’intenzione che parte dal compositore attraversa “corpo e psiche” dell’interprete e successivamente, grazie a “corpo ed accordatura” del pianoforte, raggiunge l’ascoltatore-spettatore che forse si rilassa, percepisce, “sente”, intende “qualcosa” e finalmente prova piacere.
Il fine di tutto è il piacere? Perché no? Piano e Psiche contribuiscono al piacere, quel poco o quel tanto che rende più gradevole il quotidiano dell’esistenza umana.
Il programma della serata del 22 novembre era dominato dal numero “quattro”. Sono stati quattro gli autori eseguiti; gli improvvisi di Schubert op. 90 sono un gruppo di quattro (per scelta dell’autore); Chopin ha composto a sua volta quattro improvvisi.
La composizione definita improvviso è, soprattutto per il pianoforte, una composizione “libera” da schemi compositivi che altrimenti obbligano a scelte precise; questa libertà si propaga dalla scrittura all’emozione chevuole suscitare e lascia una certa libertà anche all’interprete che può unire la propria emozione a quella dell’autore in una sorta di “improvvisazione” nella scelta delle dinamiche che scaturisce dall’atmosfera stessa del concerto: il calore della sala, il comportamento degli spettatori, la particolare disposizione d’animo…
Sottolineavo che c’era l’elemento del quattro. Questo numero è importante in musica: le note si misurano principalmente in quarti; i ritmi si muisurano abbastanza spesso in quarti; compagini musicali importanti sono in gruppo di quattro; le voci umane nei cori sono raggruppate in quattro schiere, eccetera. Il numero quattro dà stabilità: si dice, di qualcuno di cui si ha fiducia, che è una persona quadrata… anche se talvolta si esprime l’eccesso di rigidezza utilizzando piuttosto l’aggettivo squadrato.
Ecco, allora la libertà musicale dell’Improvviso è stata poi inquadrata dai due famosi autori romantici: troppa libertà disorienta perciò viene almeno incanalata nell’ossessività della regola del quattro. C’è poco da replicare sul fatto che la musica sia necessariamente obbligata ai rituali ossessivi delle regole del’armonia e della composizione; alle ripetizioni infinite per chi studia… come escono autori ed interpreti dai prorpi rituali ossessivi? con la sensibilità e con il dono; d’altronde la vita stessa è ripetitiva.
Sandro Gindro ha scritto “preludi” e non “improvvisi”: il preludio è un brano iniziale, infatti Eloisa Cascio lo ha proposto all’inizio. Esso serviva, soprattutto nel periodo barocco, a richiamare l’attenzione del pubblico per introdurre un contenuto importante. Chi non ha sentito nominare i “preludi e fughe” di Bach? E noi sappiamo che Sandro Gindro amava il Barocco.
Eloisa Cascio ha interperato il Preludio alla notte di Sandro Gindro un po’ alla maniera di un Improvviso: meditato, tranquillo, sognante… forse la pianista si è ispirata alla dedica notturna: un po’ Bach, un po’ Chopin. Personalmente ho apprezzato molto questa interpretazione.
Un applauso a Eloisa per la lettura di Gindro e per il resto.
Accomuniamo nell’applauso Francesco Mazzonetto ed Elvina Gurra insieme a Marco Sollini e Salvatore Barbatano organizzatori di “Armonie della sera” e a Raffaele ed Arturo per i loro bei saggi introduttivi che – chissa? – forse saranno pubblicati nel portale www.iprs.it