Letterine

Letterine

Caro Pietro,

finalmente mi decido a scriverti. Dico finalmente perché è un po’ di tempo che ne sento il bisogno, tendendo a rimandare per ragioni che non comprendo. Di pensieri ne ho tanti, e tanto da raccontarti.

Questo rimandare a domani sembra un’ostentazione nel congelare alcune sensazioni. E’ questo, forse, un periodo che voglio tenere estremamente ancorato al terreno; ricco di consegne da fare al passato, con cui avevo un conto in sospeso.

Due settimane fa ha aperto i battenti la ludoteca, e successivamente il centro di aggregazione. Non mi sono del tutto chiari i motivi per i quali ho accettato l’incarico, quando so bene che non è certamente ciò di cui voglio occuparmi in futuro.

Un po’ accecata dalla vanagloria (termine orribile), flebilmente attratta da un nuovo tipo di occupazione nel fine settimana, e forse ingabbiata in una parvenza di sicurezza economica, devo seriamente ancora capirmi. So che una motivazione, qualora non ci fosse (ma mi sembra improbabile) o non mi bastasse, è comunque nuovamente formulabile.

La verità, Pietro, è che mi accorgo di essere molto stanca; tra bambini, genitori, maestre ed esperti vari, vedo forse le cose in maniera distorta. Mi sento in riserva energetica prima della partenza, ma so che dopo il 25 ragionerò in maniera alternativa: arriva il Natale e qualche giorno di pausa, meritata.

Nel frattempo ho trovato un orario consono a tutti; dalle mie esigenze e a quelle dei miei bimbetti. Seguo costantemente cinque bambini, ed uno una volta alla settimana. Tra questi c’è una bambina, conosciuta poco prima dell’estate appena trascorsa: Speranza, “di nome e di fatto” dice la madre riferendosi a lei.

La nostra avventura è iniziata con un racconto che parlava di una famiglia che se ne va in vacanza. Era una di quelle, tante, letture di cui mi sfugge il senso. Prive di storia. Dove oltre la descrizione del fatto o del personaggio non si scorge null’altro.

Ai miei bimbetti chiedo sempre la loro opinione in merito a ciò che leggiamo, e sembrano altrettanto annoiati quanto me.

Speranza, come quasi tutti gli altri con cui lavoro, ha una diagnosi di DSA. Precisamente risulta dislessica: legge con molta fatica e scrive ancor peggio, L’impugnatura della penna è pessima, la spazialità inesistente e per lei qualsiasi contesto spazio-temporale è confuso. Due volte alla settimana è seguita dalla stessa logopedista da cui si recano altri bambini che seguo, con cui spesso mi confronto.

Speranza in classe è sempre ultima: a terminare una verifica, a copiare alla lavagna, a consegnare un compito. Si potrebbe quasi credere, però, che la situazione non la renda inquieta, se si tralascia il fatto che davanti ad un esercizio che non sa svolgere, inizia a ballare sulla sedia dal tanto muoversi.

Sfogliando quel libro, quest’estate, mi soffermo a visionare la grafia incerta e la spazialità, ma soprattutto il contenuto degli esercizi svolti da sola. E su di un determinato contenuto, abbiamo passato la nostra estate. Ad una domanda che recitava con chi andasse in vacanza la protagonista del racconto, risponde: “va in vacanza con la famiglia…e la sorella”.

“Beh…direi che sono gentili questi genitori, a portare la figlia in vacanza con loro. Sarebbe sufficiente la sorella grande. Non trovi?” Speranza, di nome e di fatto, sembra subire una leggera trasformazione in viso: letteralmente mi fulmina, ed ha continuato a guardarmi così l’intera estate, mentre la punzecchiavo con battutine su di una certa “sorellina”.

Credo mi abbia seriamente odiata per un po’, ed un po’ lo ho meritato. Quando quel pomeriggio le ho chiesto, senza tanti filtri della sua gelosia, inizialmente ha glissato. Ho allora cambiato argomento per tornare ad importunarla di nuovo poco dopo. Volevo solo capire se le mie considerazioni e associazioni al seguito fossero giuste.

” …è…che lei mi dà sempre fastidio”

“Senti Speranza ma i tuoi genitori sono a conoscenza del fatto che tu sia gelosa?”

“No….”

“Mannaggia. E come mai. Secondo me dovrebbero proprio saperlo, che ne pensi?

“…sì ma mi sono sempre dimenticata di dirglielo”

Ho trovato tanto buffa questa frase, tanto quanto ricca di significati; perché, tra l’altro, è quella più ricorrente della sua giornata. Passano le settimane e l’estate trascorre. Cerco di non appesantirla con ulteriori richieste; è luglio ed è lecito se ne vada al mare.

“Magari leggi stasera, ti va?”

Nel frattempo le impongo piccoli compiti: preparare le sue cose per quando arrivo, per esempio; ma non vengo quasi mai accontentata.

“Mi sono proprio dimenticata…” oppure “cioè…io ci avevo pensato…ma poi…”

A noi manca sempre qualcosa; una penna, un temperino, il quaderno di là o i fazzoletti per la sinusite di entrambe, chiusi nello zaino che si è dimenticata di appoggiare vicino al tavolo. Però sorride di queste dimenticanze, come non la turbassero. Più di ogni altra materia, Speranza ama la storia, e con questa rivelazione mi ha conquistata. A lei la scrittura cuneiforme dei Sumeri interessa davvero; le interessa sapere che proprio lì, in Mesopotamia, nella terra di mezzo “che sembra una favola ma esiste realmente anche oggi, seppur con un nome diverso” vissero questi popoli che si insediarono di proposito vicino ai fiumi, perché…”perché l’acqua è necessaria” anticipa.

Inoltre ama leggere e credo sia l’unica bambina della classe che segua con reale curiosità l’insegnante di religione. Le chiedo il motivo e risponde che “quello che spiega la maestra è simile al libro di storia”. Davanti ad un suo coetaneo che aveva affermato che ” l’invenzione della ruota non è difficile”, Speranza è stata in grado di replicare che il bambino in questione poteva dire che non fosse difficile perché “la ruota già esiste e invece loro mica lo sapevano che esisteva. E’ diverso”, fantastica!

Questa bambina ha un pensiero articolato e impara un sacco di cose, anche di più dei compagni di classe: è sveglia e brillante. Ma è comunque sempre l’ultima. ” Speranza è lenta” mi dice la madre.

Con le maestre ancora non ho avuto un dialogo, anche se posso supporre cosa mi riferiranno; ho detto loro che sarei passata a fine Novembre. E non ho scelto a caso.

Ad oggi sono passati sei mesi dal primo incontro, ed in questo tempo la priorità del lavoro, tra un problema di aritmetica e una frase di analisi grammaticale, l’ho assegnata esclusivamente alla preparazione dei propri libri sul tavolo, nonché a parlare di questa fastidiosissima sorella che le fa un sacco di dispetti.

“Sei proprio messa male! Nulla da dire: è piccola, ed è risaputo che i bambini piccoli sono noiosi e danno fastidio! Sto pensando a come poterti aiutare…ma è davvero difficile…vedo di farmi venire in mente qualcosa”

Speranza mi fissa.

“L’idea sarebbe di non dimenticarsi di essere gelose…”

E mentre io passavo le ore dilettandomi su come stesse con la sua gelosia, Speranza sommessamente si arrabbiava, ma non voleva mostrarmelo.

“Oggi che dice la tua amica? E’ venuta a fare il bagno al mare con te o accusava troppo il caldo ed è rimasta a casa?”

Con questa bambina devo ripercorrere tante di quelle nozioni che sono spaventata io: i calcoli la confondono, la grammatica non esiste e l’inglese per noi è lingua arcaica.

“Nooooo dobbiamo studiare l’inglese cuneiforme” scherzo.

E lei ride, davvero serena. A studiare con noi, due volte alla settimana, c’è un bambino della sua classe, che mi ha reso quest’anno estremamente orgogliosa di lui, ma non sono semplici le ore che trascorriamo insieme.

Il fatto è che vorrei avere meno fretta e poter dedicare loro un tempo maggiore: mi accorgo di rispondere frettolosamente alle loro domande……e mi scoppia un grande mal di testa. Come mercoledì, quando il maschietto parlava in continuazione ed io, intenta nell’impollinazione tra ovari e pistilli, l’ho ripreso. Ho l’impressione di non rispettare le loro richieste in virtù di questi esagerati compiti pomeridiani.

Noi non siamo obbligati, viste le diagnosi, a terminare tutti i conti, i problemi o le schede, ma a me non va proprio giù questa richiesta che reputo minoritaria. Ho notato che organizzandole il quaderno Speranza si confonde meno: ed è un inizio; inoltre l’ordine, di cui iniziamo a godere, sembra piacerle.

Poco più di un mese fa, prima di iniziare il lavoro, mi dice: “non sono più gelosa”. Avevamo ampiamente scherzato su dove e come liberarsi della gelosia. “L’ho gettata dal finestrino dell’auto”

“Per non sentire più le mie filippiche?”

Non so dire se realmente sia così, ma so che Speranza è contenta di lavorare con me e risulta leggermente più autonoma in ciò che compete solo a lei; lo mostra negli atteggiamenti ed anche verbalmente. So di avere forzato la mano in alcune circostanze ed ogni sera tornando a casa rifletto sui miei comportamenti. Sono inoltre consapevole che per Speranza è difficile ricordare tutto; lei necessita sempre di un pensiero in più.

Mercoledì, mentre rovisto nella borsa alla ricerca di un fazzoletto, non trovandolo ne prelevo uno dal pacchetto appoggiato sul tavolo, accanto al diario, all’astuccio, ai quaderni e alle penne; ma i compiti erano talmente tanti che moltiplicati per la mia ansia di non si sa cosa, me ne sono accorta solo quando stavo soffiando. Aveva preparato tutto….

Mancava solo una penna nera. “La penna me la sono dimenticata da mia nonna” mi fissa, quasi giustificandosi.

All’incirca sei mesi…per un pacchetto di fazzoletti, che purtroppo servono ad entrambe, e nemmeno un’ora, venerdì, per metabolizzare la divisione a due cifre. Tempo fa, quando per qualsiasi azione, recitava: “Anastasia posso…andare a prendere la penna? Anastasia…posso andare a prendere la gomma? …lo zaino di qua…il righello non si sa…” rispondevo “Sì, vai in piazza di corsa, compera la penna che più ti piace, poi però torna giù di fretta, frettissima che dobbiamo finire storia…geograf….”

“Ma Anastasia, io volevo solo prendere la penna nello zaino” perplessa. Le motivazioni dei suoi continui “posso” dovrei conoscerle benissimo.

Oggi Speranza era triste ed aveva pianto perché aveva studiato tanto l’inglese per noi cuneiforme anche dopocena e la sua maestra, pensando che non conoscesse (non ricordasse) i nomi dei mesi, aveva avuto con lei un atteggiamento che non ho compreso: credo non abbia rispettato i tempi della bambina ed abbia proseguito tra i banchi, sicura che “quello bravo” avesse studiato di più, e ascoltando la cantilena imparata a memoria dei mesi, mentre Speranza la guardava allontanarsi, ma anche lei li sapeva ed aveva passato tutta la sera nello sforzo di memorizzarli; se la maestra le avesse concesso una frazione in più di tempo sarebbe partita.

Immagino il suo sguardo nel momento in cui sta per sillabare Jen… e la maestra passa oltre. Ma Speranza ha accettato la “sconfitta” con la stessa dignità ed umiltà che posseggono i genitori, per quali nutro una stima immensa.

Personalmente mi rende felice il fatto che abbia pianto; ciò significa che Speranza, di nome e di fatto, in verità soffra molto per il suo andamento scolastico e che tutte quelle dimenticanze, quel far finta di nulla, rappresentino un perfetto mix da saldare all’interno di una scatola.

Sai Pietro, mi sono sentita dire dalla madre di un’altra bambina, che io rappresento il miglior investimento per il futuro della figlia…Guidando riflettevo. “Tu sei il miglior investimento che possa fare per il suo futuro”.

Non sono tornata subito a casa; sono rimasta a girovagare un po’ ripercorrendo i momenti in cui sentivo di non potercela fare e mi stupivo ed arrabbiavo guardandoti e sentendoti affermare il contrario; quando un’azione mi sembrava impossibile perché così avevo imparato a guardare alla vita. Credo che la vita meriti considerazioni diverse: tutti i miei bambini, davanti alla difficoltà di un problema d’aritmetica, mi fissano chiedendomi molto di più.

Ed ogni volta, ogni singola volta, di fronte al problema in questione e ai loro sguardi, mi auguro di trovare l’interpretazione giusta e provo a svolgere l’espressione matematica che mi si dipana; poi mi fermo e attendo le loro conclusioni in merito. Così ho imparato ad attendere sei mesi per una penna.

Quando sono titubante nelle mie scelte e fatico a comprendermi, rammento una frase: “sei talmente lucida e precisa che potresti fare il chirurgo”, ed attraverso la fiducia che vi è stata riposta, evito inutili ed asfissianti ammonimenti sui miei comportamenti (con buona pace del mio asfissiante super-io)

Il nostro lavoro lo svolgiamo senza l’ausilio di nessun strumento compensativo, senza schede o riassunti prestampati, o non più di quelli che possano servire; laddove mi si suggerisce una sintesi o una mappa concettuale, io solitamente propongo un ampio ragionamento. Speranza gradisce molto ragionare con me.

“Stiamo facendo diventare patologia ciò che è educabile” leggo e mi tatuo addosso questa frase.

E mentre sono consapevole di andare contro corrente, non mi reputo più tanto sola, anche quando le persone per me essenziali non sono fisicamente presenti, ed anche quando mi sento –  come è accaduto in settimana – disapprovare. Ho avuto un dialogo, con una mia amica, per il quale nessun dizionario sarebbe stato sufficiente, perché già gli assunti iniziali sono agli antipodi.

Volevo parlarne venerdì, ma poi non ne ho avuto bisogno…”ma che ti racconto, che sono stata a cena con…; che sono andata al cinema ed ho letto, di proposito dopo una settimana, le tue considerazioni in merito al film…”

Con i bambini può essere necessario partire da un pacchetto di fazzoletti e due penne sul tavolo, e dalla fiducia di cui hanno bisogno per specchiarsi in maniera diversa da come vengono trattati; e prometto di non farmi prendere dalla fretta di andare oltre. Forse le maestre pensano di non poterselo permettere…

P.S. Avevo scritto questa mail la settimana prima del fatidico 25. Non l’avevo inviata e rileggendo mi son accorta che invece di parlare di me ho raccontato di Speranza. La invio adesso per provare a sopire il timore di perdere tempo… (ah, maestre, maestre…)

Speranza entrando in ludoteca, in settimana, mi ha detto: “Anastasia, ti ricordi quando ti chiedevo posso, posso, posso?” e si è messa a ridere. Sì, avrò pur parlato di Speranza, ma credo pure che tutto ciò che facciamo parli di noi.

Anastasia, con affetto

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